L'interesse di Cartier per l'estetica indiana si sviluppò dall'inizio del XX secolo e si intensificò man mano che l'azienda costruiva relazioni con i maharaja indiani che venivano a Parigi in cerca di montature occidentali per le loro pietre ancestrali. Il lavoro risultante attinse alle tradizioni della gioielleria Mughal: pietre colorate intagliate, non sfaccettate, incastonate in oro, con motivi derivati dal vocabolario decorativo indiano piuttosto che dai pizzi di diamanti e dalle forme a ghirlanda del lavoro europeo di Cartier.
Vocabolario Estetico Mughal
Lo stile indiano da Cartier è caratterizzato da diverse caratteristiche costanti. Pietre colorate, principalmente smeraldi, rubini e zaffiri, sono utilizzate nelle loro forme intagliate e non sfaccettate, anziché tagliate per sfruttarne la brillantezza. Le montature sono in oro anziché platino, riflettendo la preferenza Mughal per il metallo caldo. I motivi tendono a forme organiche: il loto, la foglia, la vite e i grappoli di bacche. L'effetto complessivo è di abbondanza e naturalismo, piuttosto diverso dalla fredda severità geometrica che definisce il lavoro Art Déco in platino di Cartier degli stessi decenni.
Lo scambio estetico avvenne in entrambe le direzioni. I maharaja portarono le loro pietre intagliate ancestrali a Parigi per essere rimontate nel nuovo stile occidentale; i designer di Cartier osservarono quelle pietre e gli oggetti Mughal superstiti in cui erano state originariamente incastonate, e svilupparono nuove composizioni che facevano riferimento a tali fonti.
"Hindou Jewels": Terminologia dell'Epoca
I pezzi in questo stile furono descritti all'epoca come "Hindou jewels" o sotto la voce "pierres de couleur" (pietre colorate). Il termine "Tutti Frutti" non fu applicato ai pezzi con pietre intagliate sparse durante il periodo della loro produzione; entrò in uso più ampio solo negli anni '70, e Cartier lo registrò come marchio nel 1989. Questo divario cronologico tra produzione e denominazione è degno di nota quando si tracciano le descrizioni di singoli pezzi nella documentazione storica.
I gioielli Tutti Frutti sono il sottogruppo più celebre dello stile indiano più ampio. Essi rappresentano una specifica disposizione compositiva, con pietre intagliate distribuite su una struttura flessibile in un motivo sparso e diffuso, all'interno di un vocabolario di design più ampio che include composizioni simmetriche più formali, pezzi centrali con singole pietre intagliate e pezzi ibridi che combinano pietre intagliate con diamanti sfaccettati.
Distinzione dall'Influenza Persiana e Islamica
Lo stile indiano si sovrappone ma è distinto dall'influenza persiana e islamica anch'essa documentata nel lavoro di Cartier. I pezzi influenzati dalla Persia e dall'Islam tipicamente utilizzano motivi arabeschi geometrici, turchese, lapislazzuli e superfici smaltate in composizioni derivate dall'ornamento architettonico islamico e dalla decorazione di manoscritti. Lo stile indiano, al contrario, attinge alle forme della gioielleria Mughal: pietre organiche intagliate in oro, con motivi floreali e vegetali specifici della tradizione decorativa Mughal. In pratica, i pezzi esistono lungo uno spettro, e le due influenze a volte appaiono insieme, ma la distinzione nel materiale di origine è chiara nel modello del lavoro.
Relazione con Tutti Frutti
I gioielli Tutti Frutti rappresentano la forma più riconosciuta commercialmente della produzione indiana di Cartier, ma il vocabolario dello stile indiano sottostante si estende a una gamma più ampia di oggetti. Collane formali con gocce di smeraldo intagliate, spille centrate su singoli rubini intagliati e set abbinati in cui pietre intagliate e sfaccettate sono combinate, appartengono tutti a questa categoria più ampia. Le commissioni dei maharaja, esplorate in Maharaja e Splendore Mughal e Cartier e il Maharaja, rappresentano alcuni degli usi documentati più estesi del vocabolario dello stile indiano nella produzione prebellica di Cartier.
Fonti
- Francesca Cartier Brickell, The Cartiers (Ballantine Books, 2019)
- Hans Nadelhoffer, Cartier: Jewelers Extraordinary (Thames and Hudson, 1984; revised 2007), cited pp. 81, 135 et al.